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Luciano Damiani, genio solitario e libero
Luciano Damiani è morto il 20 giugno di quest´anno dopo una breve malattia del corpo le cui origini, credo, risiedevano profondamente in un animo provato da anni di lotte impari e solitarie per far vivere il suo Teatro di Documenti. Un teatro capolavoro costruito con la forza di uno forza di testa e di braccia nel senso letterale del termine . Senza poltroncine vellutate né passatoie rosse, non un teatro, cioè, per deretani stanchi, ma per cerebri agili. Di antiche grotte secentesche scavate nel monte Testaccio, Damiani ne aveva fatto un miracolo di architettura strettamente imparentato con gli edifici teatrali rinascimentali. Perché Damiani era certo più vicino per sentire, per devozione all‘arte, per completezza e versatilità di talento, e per genio e sacrificio di sé, ai maestri del Rinascimento che non agli artisti contemporanei. Eppure, lo splendore del Teatro di Documenti si accompagna ad estrema semplicità e povertà di materiali, perché la bellezza non è sinonimo di lusso, né l‘armonia di sfarzo. Il Teatro di Documenti è la manifestazione tangibile del pensiero di Damiani sul teatro, che già si esprimeva nelle sue scenografie; e rappresenta il vertice di un‘evoluzione artistica che non si è mai allontanata da alcuni punti fermi. Cioè un teatro testardamente popolare, per tutti, un “teatro della partecipazione“ in cui lo spazio non fosse diviso tra spettatore e attore, ma condiviso. La storia di Damiani è in relazione a quella del Piccolo Teatro di Milano, ma occorre fare delle precisazioni. Poiché c‘è stata e c‘è tuttora una spinta a fagocitare Damiani e, in questo modo a ridurlo nella sua statura d‘artista applicandogli l‘attributo di “scenografo del Piccolo“, o peggio “scenografo di Strehler“ : etichette a cui per amore di verità è giusto ribellarsi. Allievo di Morandi, Damiani progetta le prime scenografie per il Cut di Bologna e viene subito chiamato da Sandro Bolchi per disegnare le scene degli spettacoli della Soffitta. Il sodalizio artistico con Giorgio Strehler inizia nel 1952. L‘anima buona di Sezuan, Vita di Galileo ed altri testi di Brecht (che prima d‘allora non era stato rappresentato in Italia), El Nost Milan di Bertolazzi, Il giardino dei ciliegi di Cechov, La Tempesta di Shakespeare, e i goldoniani Il campiello e Le baruffe chiozzotte, sono solo alcuni degli spettacoli che riscrivono la storia del teatro della seconda metà del ’900. E se è indubbio che il lavoro al Piccolo Teatro dà a Damiani fama e riconoscimenti, è altrettanto certo che la storia del periodo d‘oro del Piccolo la scrivono Strehler e Damiani. Il binomio Damiani-Strehler è stato il più fruttifero del teatro italiano del ’900, perché l‘apporto creativo e di ideazione era pari. Damiani e Strehler erano due grandi artisti che si complementavano perfettamente. Infatti la poesia a cui tendeva Strehler non ha mai raggiunto altezze così elevate, come nelle opere allestite insieme a Damiani. Straordinario anche il sodalizio con il direttore del Piccolo che doveva succedere a Strehler: Ronconi. A Vienna mettono in scena Gli uccelli e Orestea, e poi a Venezia Utopia e ancora Orfeo e, per il bicentenario della Scala, Don Carlo di Verdi. Ma a suggellare un‘intesa profonda e duratura doveva essere Macbeth per la Deutsche Oper di Berlino con Ronconi alla regia, Damiani alle scene e costumi, e Giuseppe Sinopoli direttore d‘orchestra. L‘intesa artistica e umana è profonda; tornati a Roma i tre fondano l‘associazione Amici del Teatro di Documenti che si occupa delle attività del teatro. La personalità artistica di Damiani è sfaccettata, complessa. Non è stato solo colui che ha rivoluzionato la scenografia del ‘900 ragionando sulla “strutturazione” dello spazio, così rendendola pienamente protagonista, non è stato “solo” il costumista, l‘architetto, lo scrittore, ma anche un regista innovativo. Da ricordare, almeno, il suo Frammenti di sipari, in cui la sua biografia in equilibrio tra vita e teatro (due dimensioni che si sovrapponevano e confondevano in Damiani), era stata messa in scena con un gruppo di attori assai giovani: un modo di essere pedagogo davvero sul campo. In questi ultimi anni aveva intrapreso una innovativa sperimentazione registica in cui anche l‘attore mutava il ruolo tradizionale di “impersonare un personaggio”, innanzitutto perché nascondeva il viso dietro una maschera di cerone che gli sottraeva morfologia, espressione innata, sesso. Ma questo non per cancellare l‘attore, ma per farne strumento drammaturgico neutro e tanto più potente. Damiani allestiva i suoi ultimi spettacoli con due cast contemporanei che agivano secondo coreografie al metronomo, suddividendosi o ripetendo le battute. Cioè: ancor più definito con una sorta di danza e di recitazione-canto, il teatro di prosa diventava splendida iperbole di se stesso. Stava lavorando a La Strada di Fellini e Pinelli, ma è arrivata la morte. Per me, Luciano Damiani era un amico, prima di un artista, un uomo integro e coerente, che non ha mai mercificato né talento né idee, una mosca bianca nel nostro paese imbastardito di opportunismo, in cui questa dote viene presa più per ingenuità che per levatura morale. Invece questa, tra tutte, è la prima lezione che ci ha dato. Ciao, Maestro. Anna Ceravolo |
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